Zorro odia, Maciste non può spalare
luglio 2, 2009
Umberto Lenzi passerà alla storia, un giorno, come il buon regista che è stato per un determinato periodo della sua carriera: eclettico ed onnivoro, attento alle esperienze cinematografiche che più garantivano fortuna e da cui prendeva e trasformava i tratti topici, sobriamente (aldilà degli schizzi di sangue e delle facce tumefatte) come una CERTA dimensione professionale impone/imponeva di fare. Lui lo ha fatto BENE per una decina d’anni, tra il ’70 e l’80, partecipando alla corsa sul poliziotto, all’esperienza Horror e dando nascita al tanto “Deodato” cannibal-movie: si ricordano Milano odia (poliziesco secondo solo al trittico di Fernando di Leo), Il Paese del sesso selvaggio, Incubo sulla città contaminata, Il Trucido e lo sbirro. Un’esperienza di cui però ci si ricorda solo quando il Tarantino di turno parla delle sue ossessioni da feticista incallito, che Nocturno nessuno lo legge e Marco Giusti in pochi lo prendono in considerazione se non quando si tratta di tette e culi. Tra l’altro esperienza, questa, spesso valorizzata e ricordata proprio dove non lo merita, come in QUESTO caso. Anni ’60, volge verso la fine l’esperienza epica di Cleopatre, Ercoli, centurioni e gatti senza coda, capaci però di un ultimo colpo: nel ’63 arriva “Zorro contro Maciste”, firmato proprio da Lenzi. Con tutti i dubbi del caso, il film si rivela come IL Peplum definitivo per quelli che amano sciacquarsi la bocca con “eh sì, il trash” (giustidicando la schifezza solo perchè dichiaratamente tale): quelli che rovinano da soli ciò che dicono di amare, finendo per appiattire il discorso, ammassando come fanno meritevoli e marciume. Un film assurdo che consacra in un’acronia subcosciente il peggio a forma d’arte: un lato di me continua però ad amarlo, quello ignorante e sincero, forse perchè anch’io, come tanti, godo nell’ammirare certe schifezze (e conseguenza anche io ammasso).
Aldilà delle contraddizioni personali, per me una cosa è certa: meglio addentrarsi ANCHE nella merda per trovare perle nascoste (non è il caso di Zorro contro Maciste) che essere proprietari di approcci tremendamente obsoleti e tutti italici come il “Siam cresciuti con Verdi, abbiamo avuto Dante e, conseguenza, il resto non è che becero contorno”. Perchè eccoli là, in fila, i futuri adulti senza giudizi, svezzati con la convinzione che l’Arte, quella vera, si raggiunga solo stando ai classici, studiandoli fin da piccoli, in una continua rincorsa verso la tecnica impeccabile e verso tutti i risvolti (e rivolti) teorici possibili, ridotti poi allo standard; amebe portate poi a riproporre queste modalità nel moderno e nei suoi prodotti ritenuti minori (e sì Benjamin, riproducibilità, prodotti in serie). Ed ecco che ci si ritrova con un passato artistico importante e certamente da non dimenticare, ma che per colpa di certi modi e di certe convenzioni molte volte arriva anche ad influenzare negativamente: limita da un lato nuovi possibili talenti, rinchiusi in un’inettitudine fatta di paura e silenzio; dall’altro, nella bolgia di stupidità e paradossale poca informazione (dati i mezzi a disposizione) fa gridare al miracolo difronte ad uno dei tanti fenomeni da baraccone, per capirci, una delle solite grandi firme che si celano dietro cliques ammosciapalle e/o cagate intellettualoidi. Così questa convizione del bello senza tempo, del verbo dell’ancestralità cementata nel non-gusto di tutti non sta che incancrenendo i classici stessi e, ovviamente, una certa produzione moderna un pò più datata: il tutto a discapito poi di molte realtà attuali (e meno) che, magari meritevoli, non vengono nemmeno prese in considerazione. Che odino mi fulmini, sono d’accordo con la preservazione e la riscoperta attiva e razionale, ma non sono per l’ignoranza senza scusanti, tra “Best of di Mozart”, aforismi di Herman Hesse e “sì, la musica della pubblicità”: bisogna dare il giusto valore alle cose, dire no a miti razionalizzati, se si afferma a gran voce di amare musica, cinema, arte in genere. Perchè non metto in dubbio che ad adottare un approccio così interessato ed appassionato non siano tutti: me ne rendo conto, c’è chi ascolta-vede-legge per passare il tempo e dimenticare il lavoro, e lo dico, sono ben consapevole della loro esistenza perchè altrimenti sarebbe difficile spiegare i perchè dell’idiolatria senza sostanza verso tanti miti (il problema non sono i nomi, ma perchè vengono amati). Un approccio attivo, caratteristica dell’appassionato, presuppone invece un atteggiamento diverso: l’arte va affrontata allo stesso modo, con impegno e cognizione di causa, che sia produzione preistorica o ipermoderna, bassa o alta (distinzione utile solo per sentirsi parte di un grande aggreagato o per fare la parte dello sborone, raro esmpio di superiorità genetica).
Trovo indispensabile guardare il nuovo ed il vecchio allo stesso modo, ascoltare Ac/dc e Boulez con le stesse orecchie. Soprattutto senza condizionamenti, perchè il rischio è di ritrovarsi sempre a rivalutare, fra chissà quanto tra l’altro. Un approccio con svariati punti deboli, come i risultati falsati che potrebbe dare se non supportato dai giusti mezzi (gli anni danno importanza anche a chi non la merita) assumendo lo stesso ruolo che hanno certi discorsi fatti ad un funerale (tutti buoni, tutti belli. Tutti pazzi). Semplicemente bisogna essere sinceri con sè stessi e con i propri giudizi, in tutti i sensi, senza spersonalizzarsi (mancanza di giudizio), senza essere appendice di un modo di pensare istituzionalizzato (il critico rivaluta, io rivaluto) fottendosene della dimensione del classico, dell’elitario ma anche del cult (faccia della stessa medaglia, che porta anch’essa ad appiattimento). Un film come “Milano Calibro 9″ non ha nulla da invidiare ai vari Coppola, Scorsese e Coen, ma nessuno a suo tempo se lo è filato (e non c’è bisogno di Tarantino, ogni volta, con tutto il rispetto per lui e le sue opere, con cui posso dire di essere cresciuto): ora basta pensare che su una persona che conosce Di Leo, ce ne sono 1000 che conoscono Muccino. Ancora, un album come Red dei King Crimson, bistrattato agli inizi, risuona ancora oggi nelle intenzioni di gruppi che trentacinque anni dopo cercano di inseguirlo, ed ora c’è chi lo rivaluta (e non entro nel circolo vizioso: Red è adesso un classico che nel ’70 subì l’azione di un altro classico e che adesso condiziona l’esistenza di altre produzioni moderne, che saranno rivalutate fra 30 anni). Giudizi affrettati, senza profondità, si pagano e rischiano di far cadere molte perle nel dimenticatoio. Genere ragazzi, genere!
(sinceramente non so se faccio sul serio)
ottobre 5, 2009 alle 7:00 pm
Grandi pensieri, profondi e giustissimi. Citando un mio professore “ci vuole eurifosi intellettuale”. Sante parole, come sempre grande blog.